A112 Abarth – Uno Scorpione è Per Sempre

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A112 Abarth –  Uno Scorpione è Per Sempre

Partiamo da una semplice quanto efficace frase: le automobili sono fondamentalmente la mia vita. Fin da quando ero bambino, ogni giorno dovevo vederle, per strada o dalla finestra, e giocare con le 2 cassette piene di macchinine che ancora conservo. Quando giocavo mi immaginavo al volante, guidandole sulle colline (il divano) o lungo la spiaggia (il tappeto). Col passare degli anni mi avvicinavo sempre più alla guida vera e nel frattempo, non potendo sperimentare concretamente cosa volesse dire guidare un’auto, da passeggero papà mi faceva cambiare le marce mentre guidava (e so di non essere l’unico…).

La maggior parte del tempo libero che avevo lo spendevo leggendo riviste, articoli e guardando video inerenti al meraviglioso mondo delle auto e fu così che un giorno, mosso dalla curiosità infinita che ancora conservo per loro, ho iniziato a cercare un po’ di informazioni sulla Autobianchi A112 Abarth, auto che fino a quel momento non avevo considerato molto. I video e gli articoli però scarseggiavano (anche fossero stati mille per me scarseggiavano comunque…), così decisi di comprare un po’ di vecchie riviste e leggermi un po’ come veniva considerata al tempo e di come col passare di questo sia diventata un mito. Ma ancora non mi bastava e ho fatto un ulteriore passo mettendomi in contatto con un club del settore. Avevo 16 anni al tempo.


Ho cominciato a frequentare persone che il 12 l’avevano vissuto sulla propria pelle come piloti, navigatori o anche come semplici acquirenti: a mano a mano che mi inoltravo nella storia di questa macchina e leggevo/ascoltavo di come si era creata quest’aura, ho cominciato a rendermi conto di non aver mai riservato un’attenzione così particolare a nessun’altra. Insomma, senza saperlo mi stavo innamorando.
Papà però era di un altro avviso: casa mia, o meglio, il mio garage suona “The Star-Spangled Banner” da un bel tot di tempo e non era cosa semplice anche solo parlare di certe “carcasse italiane marcite dalla ruggine”; perciò ho dovuto cautamente introdurre mio padre, motociclista e americano mancato, all’eretico quale ero: il figlio di 16 anni era perso per la “scatola di cerini” italiana (così la chiamava). Fortunatamente la passione per i motori, anche se su due mondi diversi, ci accomunava e ci accomuna tuttora, dunque fu relativamente semplice spiegare.


Così per i successivi due anni ho continuato ad informarmi, a parlare con i membri del club, a perdere le giornate alla ricerca di almeno un video che non avessi visto per 700 volte. Fra le 7 serie prodotte ho cominciato poi a immaginare quale mi potesse “vestire” meglio e la mia scelta ricadde sulla 5° serie, per una questione sia estetica, che funzionale: nonostante molti critichino il largo utilizzo delle plastiche fatto negli anni 80, secondo me in questa serie non hanno appesantito la linea originale ma sono riuscite ad adeguarla allo stile del tempo senza stravolgerla (ricordiamo che al tempo i modelli duravano anche più di 10 anni); il motivo funzionale è banalmente l’adozione della 5° marcia, quasi indispensabile per le lunghe percorrenze, aggiunta proprio con la 5° serie per ragioni di consumi e rumorosità..


Dopo un’esasperante attesa piena di dubbi, a ottobre 2015 ci siamo imbattuti in una 5° serie rosso corsa, il colore che cercavo, dato che gli altri colori con cui usciva di fabbrica erano contraddistinti dalla tipica vivacità cromatica anni 70: marrone, grigio chiaro, grigio scuro, blu scuro, nero e bianco… Reduci da un restauro impegnativo su (guarda caso) un’auto americana, io e mio padre sapevamo quanto mettere le mani su un’auto d’epoca fosse oneroso e abbiamo cercato di giocare d’anticipo cercando un esemplare sano e che non necessitasse di interventi pesanti. L’esemplare in questione si presentava bene, ma sia io che mio padre, abbastanza pignoli su questo genere di cose, avevamo già individuato diverse cose da sistemare che all’inizio mi hanno lasciato un po’ l’amaro in bocca. Il mercato però era scarno di esemplari originali e soprattutto rossi, e così abbiamo deciso di acquistarla. Il precedente proprietario aveva fatto il “grosso” dei lavori (smontaggio e riverniciatura), ma io volevo che la macchina fosse nelle condizioni migliori possibili; così, una volta arrivata a casa, ci siamo messi all’opera: gli interni neri (altra perla di stile anni 70) sono stati rifatti, sfruttando il lavoro di tappezziere di mio padre, in alcantara rossa e pelle nera. Le plastiche ormai opacizzate sono state sostituite con dei fondi di magazzino praticamente nuovi.

Insomma i lavori fatti sono stati più di prevenzione che altro. Sappiamo tutti che fine hanno fatto le 850, le 127 e le stesse A112: mangiate dalla ruggine. Perciò antirombo a pennello sul sottoscocca e controllo ruggine, che fortunatamente è stata trovata solo in un punto contenuto e non sensibile: si narra di gente che a distanza di anni crepava il supporto del sedile e si ritrovava col culo sull’asfalto, altri che per riempire i buchi di ruggine gettavano cemento nella portiera, con conseguenze catastrofiche per la guidabilità, altri ancora che a forza di correrci quando andavano a cambiare le ruote anteriori sollevavano l’auto… ma le ruote continuavano a toccare terra… Pensate solo che ad oggi si contano circa 2000 esemplari circolanti di A112 Abarth 5° serie (la più venduta) contro i 33.000 prodotti…

Durante i mesi in cui era sotto le nostre cure, trovavo il tempo di scendere in garage, parlarle, guardarla sorridendo come un ebete (come continuo tuttora a fare), azzardavo una carezza: tentavo di capire se era stata la scelta giusta o se era lì solo per prendermi in giro. Mi sentivo in bilico fra l’aver fatto una scelta sensata e ponderata o una madornale cazzata solo perché mi ero esaltato. Sapevo che era lei ad avere il coltello dalla parte del manico: dalla sua c’era l’esperienza, il Trofeo, le corse, il mito ma anche la popolarità, il successo, gli anni ’70 (per quanto sapessero di velluto color kaki e tinte caffélatte)… e poi c’ero io, lì come un pàmpano… Avevo letto tanto di lei, ero preparato, sapevo per filo e per segno la storia… eppure non mi sentivo a mio agio.
D’altronde era la mia prima ragazza: mica sapevo come comportarmi.

Poi è arrivato il momento… dopo la mia maturità era pronta: finalmente potevo mettermi alla guida del 1050 70HP, l’ultimo motore elaborato da Karl Abarth in persona. 70 cavalli alimentati da un carburatore Weber doppio corpo, accensione elettronica introdotta con questa serie, distribuzione ad aste e bilancieri ed albero a camme laterale comandato da catena.
Dio solo sa come questo motore possa raggiungere i 7.500 giri
E pensare che Mr. Abarth aveva costruito uno dei prototipi con testata radiale, 107cv (su 690 kg, vi ricordo) e una velocità di oltre 200 km/h su un’auto che era poco più larga di un bancale. Purtroppo da un lato, e per fortuna dall’altro, mamma Fiat ha smorzato i bollenti spiriti dell’austriaco che altrimenti avrebbe creato sì una vettura eccezionale, ma che sarebbe stata di nicchia e di conseguenza meno conosciuta. Il peso però restava quello e 58 cavalli prima e 70 poi, si fanno sentire eccome.


Salto per ragioni di lunghezza (ma anche di dignità) la prima volta che l’ho guidata: avete presente quando siete con la vostra ragazza soli per la prima volta e sapete che sta per succedere? Quando cominciano a tremarvi le mani, vi si incastra la zip dei pantaloni mentre cercate di sfilarli? E dopo mezz’ora di movimenti che neanche voi sapevate esserne capaci, riuscite nella vostra missione e vi accorgete di esservi dimenticati le scarpe?… Ecco, diciamo che è la cosa più simile che mi venga in mente per descriverla.
Si sa comunque che la pratica rende perfetti e col tempo ho imparato a gestire il tutto senza sembrare spastico e ricordando di “togliermi le scarpe prima”.


Dunque…come si guida un’A112 Abarth?
Tronchiamo sul nascere una cosa: non è una bara. Ho avuto la fortuna di portarla in pista e ho potuto verificare personalmente il suo carattere, che mi era stato raccontato più e più volte. Un assetto incredibilmente efficace anche da originale, un comportamento che nessuno si aspetterebbe da una vettura di questo genere: la macchina non ha molto rollio, l’anteriore segue in maniera precisa e se lo si carica, la balestra trasversale posteriore fa il suo sporco lavoro facendo allargare il posteriore verso l’esterno. La ragazza soffre invece di un ben marcato beccheggio che, se studiato con acceleratore e freno di sinistro, saprà insegnarvi come bilanciarla in curva. Tutto questo però avviene in maniera molto progressiva e se guidate armoniosamente sarà difficile che abbia reazioni improvvise.
La 5° marcia (presente da questa serie in poi) non è né lunga né di potenza, ma permette comunque di evitare rotture di timpani in superstrada e autostrada, terreno che vi consiglio caldamente di evitare, a meno che non vi mettiate il cuore in pace come ha fatto il sottoscritto quando è andato al Drive Experience Day l’estate scorsa: vi piazzate a 90 all’ora sulla corsia lenta, ricordandovi di correggere la traiettoria quando l’ennesimo camion vi sorpasserà spalmandovi sul guardrail. Evitate inoltre di guardare lo specchietto retrovisore perché tutti, e dico TUTTI, vi abbaglieranno con i fari, data la seduta del sedile bassa. Tutte piccole sofferenze che però la Scorpioncina ripaga eccome: la spinta è stranamente poderosa per un 1050 e difficilmente vi troverete sottocoppia. L’erogazione è un formidabile Crescendo a carburatori e non si avvertono vuoti di potenza. La melodia del motore riempie l’abitacolo e salendo di giri vi ritrovate a metà fra il tono baritonale del Fiat 100 e l’intonazione da tenore dello scarico Abarth.

Arriviamo dunque alla fatidica domanda: perché fra tutte proprio la A112 Abarth?
Me lo sono chiesto anch’io più volte e di una cosa sono certo:
Le cose più importanti che durante il corso della tua vita decidi di acquistare, indossare, ascoltare, guidare ecc devono avere un senso. Non credo sia sempre possibile scegliere le cose con leggerezza: alle volte è necessario rifletterci sopra, dargli un senso. Ho sempre cercato di seguire questo Credo, di rendere la mia vita sensata, meno convenzionale, sperando che la gente facesse domande del tipo “perché proprio quella macchina fra le migliaia che esistono? Perché quegli occhiali fra i milioni che esistono? Perché ascolti quel tipo di musica? …”. Ma la maggior parte delle persone non sceglie in modo così profondo degli oggetti “quotidiani” e ignora l’esistenza di un motivo sotto, non viene recepito e talvolta si passa per il solito finto alternativo, o peggio, ipocrita.


Dalia, così l’ho chiamata, è quindi in primis un messaggio, anche se non facile da cogliere… Un messaggio che non ho trovato e che quindi mi sono imposto di portare: che esistono ancora i giovani appassionati che amano la vecchia scuola (quella vera), la guida pura, il profumo della benzina, il respiro dei carburatori, l’overture senza gli elettronici biiiip, il ticchettio degli scarichi…
Giovani che pur di avere un’esperienza di guida più appagante e meno filtrata accettano le imperfezioni del cambio, le sospensioni che cigolano, la posizione di guida disassata, i freni granitici, lo sterzo duro e rinunciano ai tanto agognati comfort, servosterzo, bluetooth ecc che oggi tristemente imperano sempre più.


Ma Lei non è solo questo, è anche un omaggio… un omaggio ad una persona che non c’è più: mio nonno, scomparso ormai nel 2007. Fortunatamente ho avuto la possibilità di conoscerlo il nonno, ma io nel 2007 avevo solo 10 anni e non sono riuscito a porgli tutte le domande che ancora ho. Anche se non potevo ovviamente farci nulla, a distanza di anni continuo a vederla come un’occasione persa e ho deciso così di avere un qualcosa che riuscisse in qualche modo a ricordarmi di lui, un tributo nei suoi confronti.
Ecco il senso delle scelte di cui parlavo prima…


Prendetemi pure per matto, ormai me ne sono sentite dire di tutti i colori, ma viste tutte queste vicinanze con il sottoscritto, l’anima di quest’auto è quanto di più simile possa esistere alla mia e mi sento legato a lei come ad una persona. Molte volte ho dovuto chiederle con gentilezza di far entrare la 5° quando non ne voleva sapere e ancora oggi mi sputa fuori la retromarcia se non faccio attenzione. La 3° è sempre stata la nostra più grande crisi, ma so che un domani con dei nuovi sincronizzatori i rapporti si ristabiliranno (e non parlo solo dei rapporti del cambio). Con la sola risposta dell’acceleratore capirete temperatura e umidità dell’aria… altra magia dei carburatori: sentono il tempo come le persone. A 90 all’ora sa essere quasi comoda: i giri-motore sono abbastanza bassi, il fruscio dell’aria non dà fastidio, il mondo rallenta e viene racchiuso dalla nota profonda del motore che vi accompagna con tenera caparbietà… Vi rendete conto che potreste fare milioni di chilometri così e ogni santa volta è sempre difficile tornare a casa. Tornare a quello che si è soliti fare. Tornare a un mondo meno romantico, perché si sa, per noi appassionati di auto il mondo è quello: un meraviglioso mondo fatto di emozioni, di sensazioni, di sorrisi, di rimpianti, di continui miglioramenti, di complicità, di seduzione… Tutte parole con cui si descrive una relazione con una persona, ma io non vedo perché non avvicinarle anche a loro.
Insomma, non so se si è capito, ma io con lei sto bene… Non so se lei stia bene con me, ma è la mia ragazza: ora so come comportarmi.

di Elia Pozzani

 

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