I VOSTRI ARTICOLI: Chevrolet Bel Air – Una notte di Rock ‘n’ Roll

È inutile far finta di niente, senza Federica in casa non è vita. La notte incombe, ma di dormire non se ne parla. Un po’ di zapping, giusto per confermare che in TV non c’è mai nulla di decente, la noia mi pervade. Allora facciamo come dico io: Jeans, hawaiana e saddle shoes. Brillantina no, non saprei più cosa farmene… Chiavi del garage, musica in scatola, e via nella notte scura. Due piani sotto, sono da lei. È perfetta, neanche un po’ di polvere ad offuscare i riflessi della vernice dorata. Un piccolo controllo, giusto per sicurezza, e poi collego la batteria. Quando apro la portiera lei si anima, la luce all’interno ammicca. ll profumo di fibre tessili invecchiate mi inebria, e mi porta in momenti e luoghi del passato. È sempre lei, non è cambiata per nulla… Accarezzo il grosso volante, infilo le chiavi nel cruscotto, schiaccio l’acceleratore a fondo e poi attendo un attimo. Giro le chiavi e lei sembra non volerne sapere, ma è solo una recita. Poi si accende, con il rombo soffuso del V8 a scarico doppio.

Lo lascio girare al minimo per un paio di minuti, intanto preparo l’unica “modernità” di questa notte: il lettore digitale, sul quale ho un migliaio di pezzi tra rock’n’roll e swing. Ho preso una piccola cassa amplificata, una cineseria da quattro soldi, per poterla nascondere sotto il sedile in modo da non rovinare l’atmosfera. Il muso color oro punta verso il cielo mentre lei ruggisce sulla rampa per risalire e tornare ancora una volta sulla strada. Mentre la striscia bianca sfila sul lato sinistro, le note di “That’s all right mamae la voce del miglior Elvis che si conosca cominciano a trasformare la notte. Non c’è nessuno in giro, la strada è nostra.

La faccio ballare un po’ sterzando a destra e a sinistra, poi lascio andare il volante e lei si raddrizza, precisa come un fuso. Elvis ha lasciato il posto a Ronnie Dawson, che ci regala le note di “Just rockin’ and rollin”, il piede affonda un pochino, quel tanto che basta per farla andare un po’ più allegra. “Everywhere I go, just a-rockin’ and a-rollin‘, everywhere I go, just a-rockin’ and a-rollin’, everywhere I go, just a-rockin’ and a-rollin’, make me feel a-like a-rockin’ some too”.

Se ci fosse Federica, fermarsi per un ballo in mezzo alla strada sarebbe un attimo. L’adrenalina scorre come faceva un tempo, quando i giri notturni a bordo della grossa yankee erano frequenti. Sono sulla strada che risale il Naviglio Pavese, all’altezza della conca fallata, e punto dritto verso il centro città, senza scendere sotto gli 80. Un Dio ci deve essere. Almeno per quelli come me che vivono con la mente e il cuore perennemente indietro nel tempo.

Ferlin Husky mi mette in guardia: “There’s a sixty mile limit from a-coast to coast, and a highway cop at every cedar post, you better slow down brother, slow down, take your foot off the gas”. Dal senso opposto vedo due lampeggianti blu in arrivo, ma non sento sirene. Mi passano, e i miei occhi rimangono incollati allo specchietto retrovisore mentre il piede destro molla il gas dando retta al vecchio Ferlin. Come immaginavo. Fanno inversione e mi si attaccano al posteriore. Diligentemente metto la freccia e accosto. Memore dei fermi subiti in gioventù, tengo le mani ben visibili sul volante. Ancora una volta mi chiedo come sia possibile che le forze dell’ordine pensino che per delinquere, la notte, si debba usare un’americana anni ’50.

Solita storia, solo che oggi al posto di un ragazzo con i capelli imbrillantinati c’è un uomo pelato e sovrappeso, una vera porcheria! Ma all’interno non è cambiato nulla. Sulla yankee mi sento come nei migliori anni, e sono sicuro che se infilo la mano nella tasca posteriore dei jeans ci trovo il pettine che usavo una volta. L’agente si avvicina, perciò non muovo un muscolo. Ha la sinistra dietro la schiena, e di scuro ci tiene la pistola. Non mi chiede i documenti, mi fa la domanda più stupida che abbia mai sentito, proprio come facevano in passato: “Dove sta andando?All’epoca mi davano del tu, ma ora sono più vecchio di loro. La mia risposta lo lascia di sasso. “Non avendo sonno faccio un giro con la mia macchina nella fantastica notte milanese. Sa, giusto per uscire un po’ dalla routine quotidiana“. In quel momento le Chordettes intonano il ritornello di “Mr Sandman” e solo allora mi accorgo di non aver staccato la musica.

L’agente, visibilmente più rilassato di qualche attimo prima, mi dice: “Ma da dov’è uscito lei?” E mette via la pistola.

È per la musica che me lo chiede”?

“No…è perché ci siamo visti passare di fianco una roba larga quanto un autobus e lunga come una nave, che non avevamo mai visto nemmeno in fotografia”.

“Ah, beh, allora è tutto a posto, benvenuti nel mio mondo”.

“Ma lei è veramente fuori dal mondo… lo sa”?

“Certo che lo so, ed è proprio così che vorrei vivere! Purtroppo però lo posso fare solo di rado, e di notte, quando le tenebre confondono le mie percezioni e il mondo moderno svanisce!”

“Vabbè, vada pure… e stia attento… la notte fa brutti scherzi“.

“Grazie, buonanotte”.

A me dice di stare attento… Io vagabondavo di notte, senza meta particolare, al volante di questa Bel Air, o sulla Buick del mio amico Lallo, quando questo qui non si faceva nemmeno le pippe. Che ne può sapere lui di com’è la notte, quando guidi una yankee al ritmo del miglior rock’n’roll che il Buon Dio abbia mai mandato sulla terra?

Aspetto che se ne vadano prima di ripartire a mia volta, ma non si muovono. Faccio finta di armeggiare con il lettore digitale, giusto per perdere un po’ di tempo, ma non serve a nulla. I lampeggianti blu sono sempre fermi dietro di me. Allora riaccendo, cambio in D e via di nuovo. Se hanno voglia di spaccare le balle perderanno solo del tempo. Non c’è una virgola fuori posto. Revisione ok, assicurazione pure. Nessun appiglio! Giro a destra in Via Spaventa e poi rallento un po’ per vedere se gli sbirri mi seguono. Mi sono preoccupato per nulla, non arriva nessuno. Anche se le 3 del mattino sono passate da un pezzo, il caldo di luglio non accenna a scemare. Il barone, primo proprietario della Bel Air, aveva richiesto tutti gli optional tranne l’aria condizionata. I finestrini sono giù, tutti e quattro, e l’aria che entra aiuta un pochino. Apro anche le bocchette laterali che mi sparano l’aria direttamente addosso, ed ora va un po’ meglio. Faccio un pezzo di Via Meda, ma i binari del tram non sono il massimo sotto le gomme a fascia bianca. Scelgo un’altra strada, per continuare a vagare senza doverla correggere ogni tre secondi.

Comincio a sentire che io, la Bel Air e le note di “Sh-boom” nella versione dei Chords siamo una cosa sola. Le luci della notte fanno a cazzotti con le tenebre, e le brutture moderne in parte spariscono. Vado tranquillo, con un filo di gas. Quel tanto che basta per sentire il borbottio del V8, senza coprire la musica. Il volume non è alto. Mi piace che sia di sottofondo, come in American Graffiti. Un’occhiata all’indicatore della benzina e a quello della temperatura mi dice che è tutto ok. Lei è nel suo ambiente naturale, la strada. Non pensa neanche lontanamente di creare problemi. Potrebbe farlo, visto che negli ultimi anni non gliel’ho fatta vedere abbastanza, la strada.

Sul filo di questo pensiero la stuzzico un po’, e lei non si lascia intimidire. Il piede affonda e c’è subito la sua risposta. Kick-down, e il motore urla. Mollo quasi subito visto che sono in Viale Ortles, dove c’è il dormitorio pubblico e il marciapiede è pieno di quei poveracci che non sono riusciti ad avere un letto. Di solito ci sono anche un paio di auto delle Forze dell’Ordine, perciò tengo un profilo basso. Entro in Piazza Bonomelli, ed essendo un po’ più veloce del dovuto, la yankee si corica un po’ sulla sinistra, mentre punta decisa verso destra, ma non si muove dalla traiettoria. Appena tolgo le mani dal volante lei si ricompone, mettendosi dritta verso l’uscita della rotonda in Viale Brenta. Semaforo rosso, alle 4 del mattino. È deserto, nessuno in vista. Solo Bill Haley, che mi fa agitare sul sedile con le note di uno dei suoi pezzi migliori, “Real Rock Drive“.

Mi pare sia del 1952, ma potrei sbagliare. Una volta cantavo, e sono stato anche in televisione, quindi cerco di andargli dietro mentre lui intona “Oh you grab a little girl and you circle like a top, when you jump across the floor with a skip and a hop. Your pants rolled up and you’re trackin’ on down with a pretty little gal in a red silk gown”. Ragazzi, non riesco a stare fermo, e devo togliere la marcia sennò la macchina si muove visto che i piedi  vanno dappertutto tranne che sul freno. Di colpo un paio di fari mi abbaglia da dietro. Nella concitazione del momento non mi sono reso conto che il rosso è diventato verde, poi di nuovo rosso e ancora verde. Sono proprio fuori dal mondo, perso nelle emozioni di un’altra epoca. Mi riprendo in fretta e schiaccio l’acceleratore. I giri vanno su e il V8 si fa sentire, ma non succede nulla, rimango fermo inchiodato. Che coglione. Per forza. Non ho rimesso la marcia! Come se non bastasse sono proprio in mezzo alla strada, e non c’è spazio né a destra né a sinistra. Fortuna che quelli sulla macchina dietro non mi possono vedere, di sicuro sono rosso come un peperone… È una BMW nera.

Riesco solo a vedere le sagome dei due mentre mi passano velocemente e in pochi attimi spariscono. Non ci voleva proprio. Mi hanno riportato alla cruda realtà dei giorni nostri. Nemmeno Tony Crombie con “Brighton Rock” riesce a ripristinare la magia. Ancora una volta mi rendo conto che il mondo non mi appartiene più, come credevo fino a poco tempo fa… e forse mi sbagliavo già allora.

Gli anni passano, la vita cambia e ti sfugge dalle mani, e una notte come questa diventa l’eccezione mentre dovrebbe essere la regola. Almeno per quelli come me, che si emozionano per le vibrazioni che senti quando passi le mani sulla carrozzeria di una vecchia auto, che di morire non ne vuol sapere e ti chiede di darle una mano, un aiuto per ricominciare la sua vita sulla strada. E non fa nulla se ha un motore enorme che ti porterà via anche l’ultima goccia di sangue, non pensi ai problemi che dovrai affrontare. Ti vedi già seduto al volante, felice come un bambino, e il resto del mondo può anche andare a fanculo. L’ultra tecnologico Ipod qui di fianco a me è notevole. Nessun fruscio, non gracchia e non sbaglia un colpo. La funzione shuffle è quanto di più azzeccato ci sia. Ma non ha anima, e devo nasconderlo sotto il portadocumenti per non vedere la sua aura digitale azzurra. Mentre cerco di pensare ad altro mi accorgo che il buio comincia a diminuire.

Mi fermo ad un baracchino per una bottiglietta d’acqua, che non mi vogliono dare perchè stanno sbaraccando, e qui due balordi ubriachi cominciano a rompere le balle. Nel giro di una manciata di secondi sono incazzato come una iena e li guardo malissimo. Mi dicono qualcosa che non capisco, e mi accorgo di avere due alternative: o me ne vado in fretta oppure tiro fuori dal baule la barra del cric, lunga poco meno di un metro, e se si avvicinano alla macchina gli faccio assaggiare il buon vecchio acciaio americano. Poi penso a Federica, mia moglie, che in questo momento dorme tranquilla nella cabina di una nave da crociera da qualche parte al largo della Grecia, ignara del fatto che potrebbe diventare la moglie di un carcerato. Al diavolo, non ne vale la pena. Salgo in macchina, accendo e metto il cambio in D. I due mi guardano e mi dicono qualcosa in una lingua che non conosco. Non capisco, ma di certo non sono parole gentili. Uno dei due mi grida: “Americano bastardo!” Ma non si muovono di un passo, quindi devono aver notato la furia omicida nei miei occhi. Tolgo il piede dal freno e mentre la Bel Air si muove piano piano, dico loro: “Per vostra fortuna siamo in Italia, perchè se fossimo in America vi avrebbero già sparato”. E subito dopo schizzo via, con il motore che spinge alla grande e la risposta dei due stronzi che si perde nell’aria del mattino. È finita, la magia non c’è più, ed è ormai ora di riportare la “piccola” a casa. Spengo l’Ipod. Voglio solo il sound del V8 e basta. Quando arrivo a casa il tizio egiziano che fa i sacchi dell’immondizia mi dice: “Lavorato anche stanotte?

No” rispondo, “stanotte ho vissuto la strada a bordo della macchina del tempo“. Mi guarda con un’espressione basita. Ed è normale. Lui non può capire. Vado dritto dritto a letto. Nei pensieri che precedono l’incontro con Morfeo, quelli che mi hanno sempre portato un po’ di paura, c’è solo la consapevolezza di aver passato una notte alla grande. La Chevrolet Bel Air, anche questa volta, mi ha regalato momenti indimenticabili. E mi addormento felice.

Di Mercurio Muzzupappa

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