I Vostri Articoli: Una Mini genovese, tanta resa e poche spese – Drive Experience

Mini Mayfair – 1986

Essendo io un classe 1993, ed essendo di Genova, città aspra, condensata, meravigliosa e tendenzialmente antipatica (a parte le colline vicine usate per varie cronoscalate e rally, non è di certo conosciuta per essere terra di motori) anche le classiche più banali mi sono sempre balzate all’occhio.


Dovevo avere all’incirca otto anni quando davvero si fece notare. Passeggiavo di fianco a Palazzo del Principe a Genova, nella zona del porto, a braccetto con mia zia, quando un rombo diverso mi fece girare. Non ricordo lo schema di colori, nè tantomeno l’anno di produzione ma era una Mini.


Le uniche cose che ricordo vividamente sono la targa posteriore, nera e quadrata (possibile fosse una Innocenti quindi) e un “cannone” di scarico che prepotentemente usciva centrale da sotto il corpo vettura. Ora, sorvolando su tutte le cose che tutti sanno e che tutti dicono sulle vecchie Mini, tipo: “eh mr. Bean, eh il colpo all’ italiana, eh e di qua, eh di là“, voglio saltare subito alla mia esperienza con questi 600 kg di metallo inglese (ruggine inclusa).


Dopo un anno scarso di patente passato a guidare occasionalmente una Jimny diesel, giunse finalmente il momento di procurarmi una macchina. Per il budget e per la mia esperienza in fatto di motori comprai tre cose in blocco: una serie di ricambi necessari a sbloccare un’auto ferma da qualche anno, la Bibbia “Haynes” per uso manutenzione e riparazione, e una Mini Mayfair del 1986 grigio argento con 45.000 km scarsi.

La mattina dopo averla ritirata mi svegliai alle 6 spaccate, alle 6:15 ero già in campagna a sguinzagliare quegli asmatici 40 cavalli scarsi e a prendere tutte le curve piene neanche fossi Markku Alén con un calabrone nel casco (facile fare gli sboroni quando si sta parlando di 90 all’ora massimo eh?)


Due giorni dopo averla ritirata, io e uno dei miei compari più stretti partimmo alla volta di Pisa per consegnare una vecchia bicicletta che restaurammo per arrotondare un pò. Tre ore e mezza. Tre ore e mezza Genova-Pisa. Tre ore e mezza in autostrada fissi a 90 all’ora, con 40 gradi, finestrini chiusi, Tir che sembravano infinite montagne e altri dettagli che mi trattengo dal raccontare per conservare un minimo decoro.


Scherzi a parte, grazie alla conformazione della vettura, le semplicissime (e rigidissime) sospensioni indipendenti (di serie), quest’auto riesce a far capire che la grande cavalleria non è così un “must” come si possa pensare. Tutto diventa relativo, persino il meccanico.

Mi spiego meglio: cambiare il radiatore? Tre bulloni. Pompa dell’acqua? Idem. Olio del cambio? Non c’è. Come non c’è? Eh sì, il cambio è a bagno dentro la coppa dell’olio, usa olio motore.


Passata la smania di doverla usare per andare dalla cucina al bagno, ho fatto un passo indietro ed ho iniziato il lungo cammino della rinascita, una mano di vernice sommaria giusto da non farmela dissolvere sotto i piedi (durante il processo tetto e cerchi sono diventati neri) radiatore in alluminio maggiorato, e scarico completo.

La differenza già un minimo si nota, ma quando finirà questo processo? Mai, penso, questo lo sanno tutti.

di Davide Virdis

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