Non c’è altra soluzione, certi pruriti vanno grattati forte

Devo essere malato. Non c’è altra spiegazione, o almeno non sono riuscito a trovarne una plausibile per questa innata, maledetta passione per le automobili. Fin da quando ho memoria non penso ad altro e quei santi dei miei genitori che nel 1991 mi hanno messo al mondo mi dicono sempre che non sanno da dove mi hanno tirato fuori, visto che in famiglia non ci sono nè ex-piloti nè appassionati di motori. All’età di tre anni, camminando per le vie della città mano nella mano con mia madre o mio padre, riconoscevo tutti e dico tutti i modelli di auto chiamandoli per nome, era evidente che c’era qualcosa che non andava e che col tempo sarebbe solo potuta peggiorare. La prima auto a pedali, la prima automobilina radiocomandata, ceste piene di modellini con cui passavo giornate intere a fantasticare chissà cosa. “Qual è il tuo sogno?” mi chiedevano da piccolo. “Compiere 18 anni per prendere la patente” rispondevo io. E la F40, ma quella è un sogno ancora adesso.

Finalmente arrivano i 18 anni. Quanto ho aspettato quel giorno in cui mi è stata consegnata la benedetta tesserina rosa… Sedermi da solo sul sedile sinistro che fino ad allora avevo così tanto desiderato. Dopo qualche mese di pratica con la Punto di mamma, era l’ora di avere un’auto tutta mia, e non l’ennesimo modellino. Ai tempi non avevo un budget molto alto, ma col mio modesto stipendio e l’aiuto di quel sant’uomo di mio padre, acquistai una Peugeot 206 GTi azzurra, che per me era una Ferrari con i suoi 136 cavalli, auto con cui mi sono divertito tanto e preso spaventi altrettanto grandi i primi giorni (qualcuno ha detto posteriore ballerino?), su cui ho buttato stipendi interi tra scarico, freni e qualche porcata figlia dell’ignoranza giovanile, vedi un impianto audio degno del peggior giostraio. Ma guidavo, e porca miseria come mi divertivo su e giù per quelle strade in collina, cercando di capire il mio limite e quello della macchina. Dopo un paio d’anni però mi venne voglia di sperimentare qualcosa di nuovo.

Contagiato dalla moda delle auto giapponesi che stava prendendo piede in quegli anni, vendetti la 206 ormai arrivata a fine carriera e scovai in quel di Bologna una Nissan 200SX del 1991 prossima alla rottamazione, salvata in extremis e portata via senza nemmeno sapere se entrava in moto per la modica cifra di 450 euro (e 730 di passaggio, maledetta Italia). Non era bella, anzi era proprio uno scassone color amaranto, graffi e ammaccature ovunque, oltre a 194.000km sul groppone. Ma quel 1.8 turbo con 170 cavalli interamente scaricati sulle ruote posteriori senza alcun tipo di controllo elettronico… Ragazzi, che giostra! Entrò in moto al primo colpo, con mia enorme sorpresa, dopo aver solamente cambiato la batteria. Passò qualche mese prima che potessi guidarla come si deve, accumulai pezzi su pezzi per farla come avevo in mente io, grezza e brutta ma efficace. Iniziai a fare i primi lavoretti da solo sulla mia macchina, facendo anche qualche disastro. Arrivarono i cerchi presi direttamente da un fuoristrada, l’assetto regolabile, lo scarico, l’intercooler maggiorato e un sacco di altre cosucce che la resero un cesso sovrasterzante puzzolente e rumoroso, proprio come volevo io. E decisi che ogni auto che avrei avuto di lì in avanti sarebbe stata a trazione posteriore.

Ma si sa, le cose belle sono destinate a finire prima o poi. Persi il lavoro e di conseguenza il mio progetto subì un repentino arresto. Non c’è cosa peggiore di sentirsi incatenati e costretti a rinchiudere in fondo al cuore quella che è la propria grande passione, la cosa che ti rende felice, per un tempo incalcolabile. Dovetti vendere la Nissan, con un nodo in gola che faticai a mandare giù per diverso tempo e tornai di nuovo ad andare in giro con la Punto di mia madre, o la Croma di mio padre quando andava di lusso. Dopo diverso tempo riuscii finalmente a ritrovare un impiego e appena firmato il contratto stavo già pensando a quale auto comprare. I mesi passavano e cercavo di mettere via ogni centesimo per l’acquisto di una quattroruote, non sapendo ancora quale e scervellandomi tra forum, siti di annunci e confrontandomi con altre persone. Alla fine tornai su una strada già battuta, quasi come se sentissi di aver lasciato le cose a metà, e presi un volo per la Sicilia per acquistare lei.

Eh sì, un’altra Nissan. Che idiota direte voi, e ripensandoci adesso me lo dico anche io. Era di un ragazzo conosciuto su internet, su un forum dedicato a quel modello di auto. Era rossa, anche lei esteticamente sentiva gli acciacchi dell’età ma l’ex proprietario ci aveva speso dei bei soldi sopra per darle una rinfrescata di meccanica e ciclistica. La imbarcai al porto di Palermo con destinazione Civitavecchia, e da lì un viaggio di 330 chilometri in pieno Luglio e senz’aria condizionata. Ma avevo finalmente una macchina con cui divertirmi di nuovo. Cominciai a frequentare qualche piazzale, a scorrazzarci in giro di notte, a metterla di traverso come si deve, ma presto mi resi conto che l’affidabilità non era affatto il suo forte, su dieci uscite, nove volte si rompeva qualcosa. Preso dalla disperazione decisi radicalmente Con i miei amici in un angolo del capannone che avevo da poco affittato per mettermi in proprio, trapiantammo motore e cambio della versione successiva, un 2.0 turbo con 200 cavalli interamente ricostruito con componenti da gara comprato in Inghilterra, installammo un differenziale autobloccante e, dopo nottate intere a riscrivere la Bibbia, entrò in moto per la prima volta. Riuscii a trattenere le lacrime a stento, era un gioiellino incredibilmente ignorante.

Le lacrime di gioia si trasformarono ben presto in lacrime di rabbia però, quando nonostante tutto il tempo, i sacrifici e le bestemmie la macchina continuava a dare rogne. Esasperato decisi di venderla, ripromettendomi di non comprarne mai più una e smettere di mettere le mani sulle auto. Cambiai completamente genere. Era una macchina che avevo sempre adorato, con quei suoi quattro fari tondi e quel sei cilindri in linea che sembrava uscito da una macchina da corsa. La trovai in un garage a Roma e perdutamente me ne innamorai.

Bmw M5 E34, classe 1988, 3.6 litri di cilindrata e 315 cavalli, grigia scura. Bellissima e molto veloce, nonostante il peso non indifferente di quasi 17 quintali. Le 6 farfalle di quel motorone immenso la facevano urlare fino a 7.500 giri, bastonando ben più di qualche sbruffone con quattro anelli sul cofano in autostrada, ma anche nel misto se tenuta nella seconda metà del contagiri sapeva dire la sua. La adoravo, non riuscivo più a scendere e ogni volta che la guardavo mi si scaldava il cuore, girandoci in lungo e in largo dall’Emilia alle Marche. Mi innamorai anche della mia attuale ragazza su questo berlinone. Le affiancai per un periodo anche una Bmw 325i presa a due soldi per fare l’asino in giro, le installai assetto e freno a mano idraulico, ma mi deluse molto, la vendetti senza rimorsi dopo un paio di mesi.


Un anno dopo arrivò la batosta. Vennero rimosse le agevolazioni sul bollo delle auto ventennali e, complice anche il fatto di una specie di “morte interiore” in cui non avevo più voglia di ammattire sulle auto o di starci dietro, decisi che era venuto il momento di crescere e me ne separai, mantenendo vivi i ricordi delle avventure vissute con lei e lasciando un pezzetto di cuore nel cassetto portaoggetti. La fiamma si era spenta.

Comprai lei, Volkswagen Passat 2.0 TDI automatica a maggio del 2015. Fredda come era freddo il mio cuore allora nei confronti delle auto. Una rigorosa, anonima ma abbastanza veloce berlina tedesca di ultima generazione. Tolta l’eccitazione iniziale (era pur sempre la mia prima auto nuova), con lei andai in giro davvero tanto, anche perché era l’unica cosa che sapesse fare bene. Si lasciava guidare senza troppe pretese e a me piace guidare qualunque cosa abbia quattro ruote e un volante, per cui andavamo d’accordo. Ma dentro di me sentivo qualcosa che si muoveva, che voleva uscire. Non volevo che uscisse, stavo ancora soffrendo per la mia M5 finita chissà dove e addirittura ritrovata su una bisarca che stavo sorpassando sulla A1 qualche settimana dopo aver ritirato la Passat. Poi tutto cambiò.

Fin da quando presi la patente mi sarebbe sempre piaciuto avere una di quelle vecchie Alfa che si vedevano rombare per le strade delle città nei “poliziotteschi” che davano in televisione, ma per motivi burocratici (per tre dita in meno qualche dottorone aveva deciso che non potevo guidare auto senza servosterzo) non avevo mai potuto comprarne una. Questa limitazione mi venne tolta a giugno del 2015, e scattò in me quella scintilla che fece riaccendere la fiamma spenta tempo prima. Dopo una ricerca durata un paio di mesi trovai lei. E mi innamorai di nuovo.

Una bellissima Alfa Romeo Giulia 1300ti, anno 1966, monocarburatore Solex a doppio corpo, 80 e spicci cavalli, cambio a 5 marce e quattro freni a disco. La trovai a pochi chilometri da casa, quasi come se fosse stata lei a cercarmi. La adoravo, adoravo la sua pedaliera bassa, il cruscotto a nastro, quell’odore di storia (molti lo chiamerebbero puzza di vecchio) all’interno. Non era veloce, bisognava anticipare le curve cominciando a girare lo sterzo diversi metri prima per evitare di andare a funghi, ma mi piaceva. Cavolo se mi piaceva, stavo per ore a guardarla dalla finestra dell’ufficio immaginandomi la sua storia e le avventure che aveva passato con chi era venuto prima di me. Ma volevo di più (e anche lei chiedeva di più), per cui iniziammo questo lungo viaggio insieme chiamato restauro.

Venne completamente spogliata fin quasi a rimanere uno scheletro, venne tolta quella poca (per fortuna) ruggine che aveva e la riverniciammo del suo colore originale, arrivò il kit assetto Alfaholics, i cerchi GTA, il motore 1600 con i Weber da 40, lo sterzo Nardi in legno, tutti e quattro i freni nuovi e altri mille pezzi che fecero precipitare il mio conto in banca. Dopo quasi un anno era pronta, cattiva e scalpitante. I carburatori 40 Weber inghiottivano aria e benzina producendo quella splendida sinfonia, snocciolando una marcia dietro l’altra e danzando tra le curve.

Io e altri tre miei amici addirittura decidemmo di andare all’avventura percorrendo quasi 800km in due giorni con la macchina stracarica di bagagli e lo scarico che toccava terra a ogni avvallamento, ma la vecchia bastarda non ci ha mai mollato. Mi sentivo vivo come non mai, era la mia gioia e la mia soddisfazione più grande tra tutte le auto che ho avuto, ma non mi bastava e lei sembrava chiedermi sempre di più, come una ragazzina ingorda di dolci, e io la ascoltai. Insieme al mio meccanico trovammo un motore 2000, che venne aperto e ricostruito da cima a fondo. Pistoni speciali, camme, valvole, testa, scarico completo, pompa benzina elettrica, spinterogeno elettronico e altre mille diavolerie, mantenendo il cambio 1300. Diventò un mostriciattolo incazzato come non mai, e tutt’oggi è ancora con me e ci rimarrà fino a che avrò forze…Ma intanto aspettiamo entrambi con impazienza i Weber da 45, i sedili contenitivi e il differenziale autobloccante.

Durante il restauro della piccola Giulia (ormai la fiamma era diventata un incendio incontrollabile) e complice anche il lavoro che comunque girava bene, potevo togliermi qualche soddisfazione in più senza troppi pensieri. Mi venne la malsana idea di comprarmi un’altra auto da affiancare alla piccoletta. Cosa scegliere? Un’altra giapponese? Mai nella vita. Un’altra BMW? Forse, ma probabilmente sarei ricaduto su un’altra M5 e avevo voglia di altro. Visto che con la mia prima Alfa avevo avuto un’esperienza molto positiva mi venne in mente lei. Alfa 75 2.0 Twin Spark, la volevo rigorosamente rossa e A.S.N. La trovai a mezz’ora da casa, in quel dei colli fiorentini, perfette condizioni. Il motore girava come un orologio e i sedili Recaro erano ancora belli avvolgenti come da nuovi. Esemplare N°2666, me la portai a casa senza esitazioni e la affiancai alla piccoletta verde.

Era incredibilmente sana, non dovetti farle quasi nulla oltre a un tagliando completo e un termostato, ma anche lei come la sua sorella più anziana voleva di più (sono esigenti queste signore italiane) e le regalai scarico completo, assetto e frizione rinforzata. Con la perfetta distribuzione dei pesi è una gioia farla danzare tra le curve, e sul bagnato è anche più divertente facendola scodinzolare qua e là. Anche lei entrò di diritto nel mio cuore, e il giorno che il suo si fermerà le ho già promesso quattro farfalle ed elettronica dedicata.

Arrivati a questo punto, forse nessuno se lo sarà chiesto, o forse si: ma la Passat? La Passat è rimasta con me durante tutto questo tempo, eseguendo il suo compito egregiamente. Ma nel frattempo venne presentata un’automobile che mi tolse completamente il sonno. Se ne era parlato tanto, ma nessuno l’aveva ancora vista, si vociferava di 500 cavalli e trazione posteriore, di “rinascita del marchio”. Poi arrivò. La nuova Giulia Quadrifoglio, come un fulmine a ciel sereno, mi entrò dentro come un virus, un prurito al quale cerchi in tutti i modi di resistere soffrendo le pene dell’inferno perché non puoi grattartelo. Era bellissima, rossa con quegli enormi cerchi neri e tutte le parti in fibra di carbonio, lo spoiler posteriore che ricordava la linea del portellone della sua nonna che dorme nel mio garage, i quattro scarichi, i freni carboceramici. Un sogno. Ci pensavo continuamente, cercavo notizie, foto, video, qualunque cosa. A Milano, alla fiera di AutoClassica la vidi dal vivo per la prima volta, e non ce l’ho più fatta, quel prurito me lo sono grattato eccome. Ad aprile 2016 firmai per una Giulia Quadrifoglio Rosso Competizione con cambio manuale, dando dentro la fedele Passat che mi aveva servito per un anno e 44.000 chilometri. Passavano i mesi e questa macchina non si vedeva, c’erano ritardi nella produzione e mi affidarono una Giulia Diesel con cambio automatico in attesa dell’arrivo della Quadrifoglio. Per carità, macchina eccezionale anche quella, ma io volevo la MIA Giulia. Arriviamo a Settembre 2016, avevo appena finito il motore 2000 della vecchietta indiavolata per andare al mio primo Drive Experience Day, in Abruzzo. Una volta arrivato laggiù, dopo un viaggio a base di Battisti e Marlboro rosse, di domenica mattina, la telefonata che non avrei mai voluto ricevere, o almeno non quando ero così lontano da casa: il mio povero nonno, dopo lunga sofferenza, ci aveva lasciati.

Ormai non potevo più farci niente, inutile mettersi per strada col buio e fare 400 chilometri col cuore in gola, per cui rientrai a casa il giorno dopo come avevo previsto. Arrivato più o meno sotto Firenze supero una bisarca piena di Giulia, tutte imbacuccate in quei teli bianchi, in fondo ne noto una diversa dalle altre, con quattro tubi che spuntano dal paraurti. “Chissà di chi è” penso tra me e me. Una volta uscito dall’autostrada mi fiondo direttamente nella camera ardente per fare la veglia a quel pover’ uomo, che tanto mi ha dato in questi anni chiedendomi in cambio solo il mio affetto. Improvvisamente mi squilla il cellulare, ricevo delle foto. Era lei. La Giulia che avevo incrociato su quella bisarca era la mia. Mi allontano dai parenti per uscire a fumare una sigaretta e scoppio in un pianto liberatorio, pensando che (e questo non me lo leverà mai dalla testa nessuno) quella Giulia rossa parcheggiata fuori casa mia me l’abbia mandata lui, come ultimo saluto prima di andarsene. Il resto è una storia tutta da scrivere.

Luca Simonetti