(I vostri articoli) – Monza Historic: a tu per tu con le leggende

Ho 28 anni, uno smartphone in una tasca e una fotocamera (di qualità discutibile) in mano. Eppure adesso ho voglia di guardare un cinegiornale, di andare in vacanza a Rimini e di seguire la corsa per lo spazio tra americani e sovietici. Davanti a me si apre uno spettacolo che mi fa dimenticare qualsiasi appiglio alla realtà. Pare un’esagerazione, lo so, ma chi è appassionato di quattro ruote potrà intuire. Monza, il sole si fa largo e spazza via quel cielo lattiginoso che provoca sonnolenza.

Sto ammirando un parterre di signore d’una certa età che vogliono assolutamente dimostrare di poter graffiare e scaldare gli animi. Gli organizzatori hanno fatto un lavoro incredibile, nulla da dire. Ne ho contate 190 ma sono certo di essermene perse un po’ per la strada.

Di tutti i tipi: dalla piccola e agile Lotus alla gigantesca e provocatoria Lola, dall’immutata silhouette della 911 prima serie all’istrionica Cobra Daytona. E le Gruppo C, tenute nascoste come un giocattolo troppo prezioso da mostrare al nipotino. Ma si sentono, eccome se si sentono.

Mi ritrovo catapultato nel 1965, le Porsche stanno girando in pista per le prove libere, nei paddock le piazzole sono numerate e le “squadre” sono al lavoro. Virgolettato, si perché queste squadre sono composte in media da due persone, in jeans e maglietta, alcuni con un bicchiere di birra piccola poggiato tra le gambe d’uno sgabello pieghevole. Certo, ci sono i professionisti, ma anche loro se la stanno prendendo comoda. Scambio qualche parola con loro: sono inglesi, tedeschi, francesi, olandesi… Ogni tanto sento partire qualche mal celata blasfemia, tradendo la presenza anche di uomini e mezzi di casa nostra.

Mi chiedono una mano, stanno spostando una monoposto che poi verrà usata nella coppa Geki Russo, non so nemmeno che auto sia. Si perché, nonostante mi possa reputare un appassionato dall’occhio fino, nei primi anni ‘60 i piccoli costruttori erano più numerosi dei tifosi presenti qui oggi (tra parentesi, speravo ci fosse più gente). Spengo la macchina fotografica e li aiuto. Avevano lasciato una brutta scia di acqua mista a olio e benzina. Si, insomma, non una bella premessa per il loro weekend di gara.

Mi ringraziano offrendomi il pranzo: un piatto di polpette e un bicchiere d’acqua in un tendone insieme a tutte le altre squadre, tra risate, chiacchiere da pilota a pilota con le immancabili mani che mimano sorpassi e uscite di pista. Che tempi, quei tempi. Ah, già, sono nel 2019, me ne stavo dimenticando.

Il tempo che ho a disposizione sta per scadere, quindi mi fiondo in tribuna per vedere qualcosa: le Gruppo C scendono in pista, poi le GT d’inizio millennio. Alta qualità, certamente, e la Viper GTS/R si contende il titolo di auto più affascinante della categoria insieme alla Sauber/Mercedes C11: “ricordiamolo, vettura con la quale Michael Schumacher vinse a Hockenheim” dice lo speaker “insieme ad Heinz Harald Frentzen”, nomi che i miei coetanei stanno dimenticando, ogni volta che il tale al microfono lo diceva mi comparivano davanti immagini in salsa agrodolce.

M’allontano, mentre il sole tramonta e le AC Cobra stanno rombando verso la vittoria di categoria, ho finito le batterie di ogni cosa e anche il tempo. Ma sono contento. Contento perché, quella che poteva essere una giornata all’autodromo come tante altre, s’è rivelata essere un’esperienza aldilà del tempo che né parole né fotografie potranno rendere giustizia.

Tornate presto a Monza, c’è un tifoso che vorrebbe tornare a trovarvi lì, nel passato.

di Marco Folli

 

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