DESIGN: Ieri e oggi – Il marketing ha ucciso il romanticismo?

Si parla spesso della figura del designer, e spesso se ne parla in modo romantico. Colui che ha libertà di espressione, che su un foglio bianco con la sua matita crea le linee delle vetture del futuro.

L’uomo che ha il potere supremo di segnare le forme e le impressioni delle automobili a cui molti di noi si vanno a legare anche sentimentalmente.

In effetti il lavoro di designer dovrebbe essere inteso a volte come vocazione (non a caso chi fa il Designer automobilistico lo ha sempre voluto fare..); “Da piccolo non facevo altro che disegnare macchine” lo dico spesso anch’io e mi fa sorridere che questa cosa davvero ci accomuna tutti nell’ambiente.

Un po’ tutti vorrebbero fare gli stilisti dell’automobile.

Apriamo una parentesi e parliamo del popolo social.

C’è chi vuole diventare car designer pubblicando bellissimi rendering, chi si improvvisa esperto del settore, chi si autoincensa, chi scomoda icone del passato purché se ne parli. I social, non avendo filtri, sono terreno fertile per queste manovre (e tanto di cappello a chi poi riesce ad emergere come professionista da questa realtà).

Per riuscire però, in un modo o nell’altro, c’è assoluta necessità di sostanza. Proprio di questo abbiamo veramente bisogno oggi. Siamo circondati da millantatori, da bravi venditori di fumo che troviamo in tutti i settori, in tutte le posizioni e in ogni ruolo della società, con ogni genere di tasche.

Poi c’è chi crede ancora che ci sia la possibilità di cambiare il modo di vedere le cose.

Vorrei darvi uno spunto di ragionamento riguardo i veri designer, che non sono solo i gloriosi nomi di un tempo, ma quelli che con tanto studio, dedizione e sacrifici lavorano e hanno sempre lavorato dietro le quinte. Sta andando a tramontare l’era dei grandi nomi che firmavano col proprio segno distintivo un’intera macchina (talvolta non mostrando al grande pubblico tutti gli altri uomini alle loro spalle avevano contribuito a fare).

Walter De Silva ha lasciato l’Italdesign ed ora sta lanciando la sua prima collezione di scarpe da donna. Giorgetto Giugiaro si gode il pensionamento lasciando gestire ai tedeschi il suo cognome con tanto di milionarie imprese.

I vari Ercole Spada, Marcello Gandini, Leonardo Fioravanti sono (purtroppo) da tempo lontani dalle scene che li hanno visti diventare leggendari.

Tuttavia, qualcuno dovrà pur disegnare le nuove automobili?

 

Si è portati naturalmente a pensare che una nuova vettura esca dalla matita di un singolo uomo, ma, materialmente, chi ha concepito le linee è l’insieme delle figure che ruotano intorno al progetto. Ognuno ha sviluppato qualcosa. La linea generale, le proporzioni, la ripartizione dei volumi è stata dettata dalla tecnica che ne abita l’interno, da studi, prove, ricerche, gusti personali e talento di designer ed ingegneri.

L’ équipe di sviluppo solitamente è composta da un capo-designer che guida vari team.

  • Gli exterior-designer (esterni, carrozzeria) che lavorano in stretto contatto con gli ingegneri suddivisi a loro volta in gruppi specializzati nei vari settori di meccanica, sicurezza, aerodinamica.
  • Gli interior-designer (abitacolo) che si interfacciano con gli ingegneri strutturali, elettronici e responsabili sicurezza.
  • Il team dei color and trim designer che sviluppano materiali, tessuti, colori applicati alle varie versioni dell’automobile.

Il capo della suddetta équipe inoltre deve rispondere alle richieste della dirigenza, che a sua volta si interfaccia con il marketing per le ricerche di settore definendo il prodotto vincente secondo il mercato interessato (perché sempre di un prodotto da vendere stiamo parlando).

Per fare una nuova vettura una casa automobilistica investe somme impensabili e ovviamente lo fa previa sicurezza di ritorno (ed ecco perché le auto a volte si somigliano). Qui mi fermo altrimenti comincio a parlare della nuova Giulia anche io.

Tornando all’idea romantica del Designer possiamo quindi capire che di romantico sta rimanendo ben poco. Il designer di oggi deve fare i conti con il pressing delle scelte imposte dalla proprietà, dai budget, dal marketing, dalle scelte tecniche, derivazioni da vetture precedenti etc etc…

Ma non pensiamo che ai tempi dei Grandi Nomi questo lavoro fosse poi tanto diverso.

Parlando di un’automobile di successo oggi ventenne, l’Alfa Romeo 156, siamo sicuri che fu Walter De Silva a prendere matita e foglio per disegnare quella splendida e proporzionata berlina, o lui fu a capo di un team di validissimi designer (tra i quali Antonio Rosti, ora in Italdesign, che ho potuto personalmente conoscere e che mi ha raccontato vita e morte di questa splendida vettura) rimasto quasi interamente nell’ombra del nome di punta?

Stesso discorso per le nuove Ferrari, per le nuove Lamborghini, dove i nomi dei team manager coprono i nomi dei giovani designer (che magari hanno avuto le vere intuizioni del progetto). Sarebbe interessante scoprire i nomi che sono dietro alle vetture realizzate negli ultimi anni scoprendo personaggi affascinanti e relativamente sconosciuti. Un giorno potrebbero diventare i vari Gandini o Giugiaro, che da giovani erano dietro le quinte del marchio Bertone, portandolo ad essere leggendario.

Vorrei discutere un ulteriore concetto.

Ho letto articoli fuorvianti dove ci si focalizzava su un tema del tutto falsato. È pensiero comune che il problema dello scarso appeal del design delle automobili Italiane sia dovuto a questioni economiche. C’è chi ha scritto: “Non è sempre vero che i soldi non ci sono, la questione è dove si impiegano. Pare che manchino per investire in ricerca e innovazione e pagare un designer per realizzare un buon progetto, ma ci siano invece per andare alla conquista del mercato con campagne pubblicitarie […]”

Non è concepibile pensare che se paghi di più un designer, oppure paghi un designer che costa di più ottieni un miglior progetto.

Certo l’Italia non è uno dei paesi in cui i car designer sono più valorizzati, anche economicamente. All’estero il designer italiano è pesato su tutt’altra bilancia, ma in nessun caso l’impegno va commisurato allo stipendio. Il problema invece è spesso dovuto dalle ragioni di cui parlavo precedentemente, soprattutto a tutto ciò che fa riferimento alla successiva sicurezza di vendere e, quasi sempre, il design è influenzato dalle ricerche di mercato.

Per farvi un esempio ricordo venti anni fa, quando studiavo design alla Sapienza di Roma, che un mio collega tornando da uno stage in Fiat ci raccontava che era stato con altri ragazzi per sei mesi a studiare gli arrotondamenti degli angoli della figura del quadrato per trovare il più “rassicurante”. Lì per lì non capii… Poi negli anni successivi eccoli apparire dappertutto in fiat, fateci caso anche nella nuova Panda, nella 500L che sono poi le auto “rassicuranti” per la famiglia italiana.

Insomma il ruolo del designer è sempre stato quello di cercare una via tra gli intricati labirinti del mondo industriale dove il primo obiettivo è fare un prodotto vincente, che piaccia al purista, all’affezionato del marchio, al nostalgico o all’uomo d’affari che cambia auto ogni anno, come alla casalinga che indirizza il marito su un’auto piuttosto che un’altra.

Per fortuna i bravi designer ci sono adesso come prima, ne conosco tanti con visioni incredibili, che lavorano fuori da riflettori, ma contribuendo in percentuali insospettabili a far nascere le più belle auto degli ultimi tempi.

Il car designer è uno dei lavori più belli al mondo e spero che un giorno non lontano lo capiscano anche i vari AD e politici del design; lasciare più spazio alla creatività potrà soltanto giovare, anche al marketing che dovrebbe farsi un pochino più da parte.

Gian Pietro Pasquali