I vostri articoli: Vogliamo davvero il futuro freddo e impersonale che ci stiamo costruendo?

A volte quando pensi di nascere nel periodo sbagliato non hai altra scelta che trovare un pretesto per affondare le tue consapevolezze. È come essere attaccati ad un ancora che ti tira giù, sapendo di non poter fare nulla per non annegare. Dagli anni 60 ad oggi sono cambiate molte cose, tante da non crederci.
Il debutto dei Rolling Stones a Londra, il primo disco dei Doors e la prima sonda su venere, Easy Rider nei cinema, il pallone d’oro di Rivera e tante altre cose che davano di matto ai giovani di allora.
Regalavano un respiro mai visto prima. Una inimitabile brezza fresca, un orgasmo continuo. Gli anni correvano veloci come non mai e insieme a loro anche le auto. Un impressione di quell’epoca di un romanticismo senza eguali, a fiumi. Ma come tutte le cose belle prima o poi finiscono, anzi, cambiano. E c’è una cosa che più di tutte è cambiata, proprio quella che faceva sognare e andare più veloce di qualunque altra cosa il pensiero creativo di tante menti geniali dall’America all’Europa; le automobili.Me ne accorgo ogni tanto nelle sere di primavera, quando alzando la serranda del garage, mi soffermo a guardare il muso simpatico della mia 850 scrutandone i particolari con vivida attenzione. Quello che mi viene subito da pensare è che oggi c’è un alone di malinconia misterioso che ci ha lasciato vivere senza anima e senza spirito. Un surreale senso di perdizione e di accomodamento.

Un amaca lenta che non smette mai di ondulare. La moda dei suv, la presunzione di voler stare sempre al di sopra degli altri, inconsci della palpabile bellezza di viaggiare sfiorando l’asfalto, di captare quel primitivo senso di vicini odori familiari nell’abitacolo. La pelle, la benzina, le plastiche. Di subire il plagio di ogni parte meccanica. Il cambio instabile e che non ti da mai del tu, l’acceleratore che va a scatti e tantissime altre peculiarità che non rendono mai e poi mai un auto simile ad un altra. Tutte differenti anche tra di loro, giorno dopo giorno, minuto dopo minuto.

Qualcuno dice che ammirare le auto di quegli anni è come ammirare una bella donna. E allora provate ad immaginare un mondo dove tutte le donne sono uguali, senza differenze tra di loro e senza nemmeno un neo vicino la bocca o qualche lentiggine rossastra poco sotto gli occhi che le renda in un certo senso speciali e diverse tra di loro. Noioso no? Prima le auto erano esattamente come le donne, tutte diverse e belle.

Perfette nella loro essenza. Perché per chi non lo sapesse, l’automobile è donna per definizione, e non una definizione detta da uno qualunque o buttata lì sotto una serranda di un qualche bar di provincia, bensì dal grande poeta e scrittore Gabriele D’annunzio.

Fu proprio lui infatti a seguito di un gentile regalo da parte di Giovanni Agnelli in persona (il quale regalò al D’annunzio una fiat 509 cabrio) a scrivere una lettera di ringraziamento enunciando testuali parole : “L’automobile è femminile. Questa ha la grazia, la snellezza, la vivacità d’una seduttrice; ha, inoltre, una virtù ignota alle donne: la perfetta obbedienza. Ma, per contro, delle donne ha la disinvolta levità nel superare ogni scabrezza.” Data: 18 febbraio 1920.

V’è dunque un inequivocabile nonché insindacabile movente per il quale siamo indotti oggi a credere che l’auto sia donna appunto per questo. Che faccia dei dispetti senza averne alcuna ragione. Che si spenga sul più bello, che sculetti tra le curve disegnando armoniose linee come una soubrette, oppure, malgrado le buone intenzioni iniziali, che ti butti fuori strada senza il minimo ritegno. Puro d’una donna dunque. Quella magnifica perseveranza nel dimostrare superiorità, in tacchi alti e vestito nero. Quell’insolita voglia di sentirla scalpitare sotto di te. Le auto di quegli anni cantavano libertà. Erano portatrici sane di dipendenza da 100 ottani, quella che non costava quasi due euro.

Adesso invece? La prima cosa che facciamo è piantarci su un autostrada a 130 e dire “lo vedi come è silenziosa?” Facciamo un esperimento a questo punto. Provate ad immaginare di possedere una bella donna e pensate anche che essa sia priva di parola, in silenzio. “Ma magari!” all’inizio qualche mente ironica potrebbe dire, ma poi? Immaginate di comunicare a gesti senza riuscire a capirsi fino in fondo. Come quando siete all’estero in vacanza e ubriachi cercate di chiedere spiegazioni ad una persona del posto.

Pensatela a letto senza sentirla godere mentre fate l’amore. E ora pensate a cosa vi potrebbe capitare di peggio. Non ci sono parole per descrivere quanto possa essere terribile e angosciante. È come essere tormentati da un brutto incubo. È come vivere con l’ansia di un rigore ad una finale dei mondiali di calcio, quando il giocatore si accinge a dare l’ultima occhiata allo specchio della porta per decidere dove indirizzare la palla.

I veri romantici rivogliono tutt’altro. Tutto un altro tipo di comunicazione, di dialogo, di coinvolgimento. Nulla di tutto ciò che ha a che fare con silenzi nelle percorrenze e luci effetto tagadà. Pregheremo ogni notte affinché la domenica successiva vada in onda una Formula Uno con qualche emozione, dove i piloti corrono per correre.

Spereremo nella nascita di uno Steve Jobs, ma non quello della moda degli iPhone, bensì quello che a 16 anni scambiò la sua Nash Metropolitan regalatagli dal padre per una 850 coupé con motore Abarth.

Qualcuno pensa quindi che oggi siamo messi veramente male, anche io in realtà lo penso, ma non mi spiego dove un giorno andremo a finire. Qualcuno sostiene che nella più totale pigrizia ci faremo trasportare da involucri di latta elettrici che faranno tutto al nostro posto. I sedili prenderanno le funzioni di un centro benessere con massaggi di vario tipo e funzione. Ci selezioneranno la musica che più ci aggrada, la temperatura ideale, andranno loro dove noi vogliamo realmente andare, senza il minimo rumore, senza il minimo dubbio.


Ma è veramente questo quello che vogliamo? Una vita senza emozioni e senza comunicazione? Una vita senza stimolanti incertezze? Qualcuno dice che sono solo macchine, ma ormai questa cosa è stata smentita da più di qualcuno nel tempo. Sappiamo che possono comunicare qualcosa, anzi, che devono comunicare qualcosa.

E noi oggi più che mai abbiamo bisogno di questo. E in tutto ciò trova inevitabilmente ampio spazio il pensiero del Dante Giacosa, forse non calcato dalla mano svelta dei più giovani in cerca di storie automobilistiche eroiche, ma che, dalla sua parte, ha contribuito sicuramente a dettare un netto divario di concepimento dell’automobile dai lontani anni 60 ad oggi. Un uomo nato per caso – come lui stesso afferma in qualche rara intervista rilasciata – dato che suo padre in quegli anni (1905) si trovava a fare il militare nella capitale.
Laureato in Ingegneria Meccanica al politecnico di Torino, per poi finire negli uffici tecnico-progettativi della Fiat. Nel 1933 è Capo D’ufficio tecnico vetture, nel 1955 a capo della direzione superiore tecnica autoveicoli, nel 1966 è nominato direttore di divisione e membro del comitato direttivo. Una vita di lavoro, attraverso “quell’impegno che non si esaurisce” come lui stesso era noto classificare.

Tante le macchine che hanno segnato la storia nate dalla sua progettazione e sotto la sua guida. Dalla creazione della 500 Topolino nel 36, alla Cisitalia 1100 per poi passare alla 1400, alla 1900 e tantissime altre vetture ed altri progetti arrivando fino alla 600 con motore posteriore nel 1955 seguita a ruota dai modelli derivati di 850 e varie fino alla Nuova 500 vincendo addirittura il premio “Compasso d’oro” nel 1959. E qualcuno neghi che i 3/4 dei nostri genitori siano stati concepiti in una vettura di queste.


Altisonanti e irrequiete risuonano oggi le sue parole, quasi messe lì come per segnare un epoca che ormai non c’è più. Un distacco invalicabile e grande come una montagna. Analizzando temi quali il futuro, l’emozione umana, il pensiero, lo spirito. La sua intuizione progettativa va oltre gli schemi, oltre il pensato e il prestabilito.


Dunque, tirando le somme, in un epoca di esasperato ricorso a tecnologie informatiche, ad aiuti di guida ed invasioni aliene di schermi lcd a colori e voci sussurranti negli abitacoli moderni senza spirito né anima, non ci resta che appellarci al suo pensiero: “Cosa c’è di più bello dell’intuizione che improvvisamente illumina una lunga, arrovellante, corrosiva, magari nebulosa meditazione e finalmente pone fine all’incertezza che sempre accompagna il lavoro della mente? Compiango chi tutto classifica, tutto giudica e decide senza il fremito di incertezza nell’affrontare il futuro, senza provare l’intima emozione del dubbio che sempre affiora nelle cose del pensiero, come pervade i problemi dello spirito”. Coinciso. Essenziale. Forse poetico. Necessario.


E allora cos’altro aggiungere dal pugno di un giovane e malinconico ragazzo di 23 anni dopo queste parole? Ad oggi, posso solo dire di non voler guarire da questa lenta, profonda e sempre più rara malattia. E lei, di certo, non tenterà affatto di curarmi. Dimenticavo, a proposito di romanticismo; La macchina di Steve Jobs prese fuoco su una collina in California appena 3 anni dopo, probabilmente per degli straordinari in salita più che giustificati, oppure per i noti capricci del radiatore che tendeva a scaldare troppo, chi lo sa? Difficile stabilirlo, ci sono pochi che si interessano di questo suo aspetto, la maggior parte pensano siano più importanti quegli stupidi iPhone che ha creato. Bene, la maggior parte, non io.

di Pierluca Venticinque

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