DESIGN: La nuova Ferrari 488 Pista – Analisi di Valerio Cometti

Sin dai tempi della 308, le Ferrari a 8 cilindri centrali sono state il vero sogno di tutti. Certamente GTO, F40, Enzo e via dicendo venivano appese alle pareti sotto forma di poster, ma la Ferrari ‘entry-level’ era l’auto che tutti, prima o poi, ritenevano avrebbero posseduto (magari con l’aiuto silenzioso di una schedina vincente), oppure che un certo lontano cognato o cugino emigrato in Belgio possedeva.

Per questo motivo, la passione per questo segmento della gamma Ferrari è sempre stata vissuta in modo calcistico, senza moderazione, né compostezza. Con quanto sdegno vennero accolte le due bocche della 360… così levigata, quasi femminea nel suo lasciar che l’aria sfilasse sotto il morbido scivolo anteriore? Ancor prima, come si divisero gli animi quando nel 1993, con l’aggiornamento della sfortunata 348, invece
di gioire dei 20 cavalli in più, tutti si accapigliarono discutendo se sarebbe stato meglio tenere i profili inferiori in plastica nera, come prima del restyling, invece di averli verniciati in tinta?

E che dire ancora dei “baffetti” della 458? Per alcuni si trattò di una geniale soluzione aerodinamica, mentre per altri si trattò solo di un dubbio omaggio a Zorro? É proprio questo tifo da curva ad aver accompagnato tutti i successivi lanci delle compatte berlinette di Maranello, anche in anni più recenti, ovvero gli anni nei quali la firma in basso, a destra nel foglio, reca il nome di Flavio Manzoni. La 488 è stata una vettura di grande successo di pubblico e di critica, nonostante il tema dell’adozione del turbo abbia tolto più di un sonno a milioni di appassionati.

Storia di una 458 – Davide Cironi Drive Experience (ENG.SUBS)

Vettura dalle proporzioni perfette, graduale evoluzione di un layout affinato negli anni, la 488 ha dovuto rispettare ed incorporare alcuni vincoli progettuali ereditati dalla 458. Ciononostante Flavio Manzoni ed il suo team hanno saputo creare un vestito perfettamente equilibrato fra levigatezza e muscolaritá. La fame di ossigeno delle turbine venne soddisfatta introducendo una presa d’aria di dimensioni inedite, molto ben integrata in una zona della fiancata che nella 458 presentava delle superfici splendidamente tese e sinuose: una delle parti forse meglio riuscite di quella vettura.

Al contrario, invece, il frontale della 488 è forse la porzione che meno ha convinto il pubblico ed anche il sottoscritto: la rigida citazione del frontale da Formula 1 rimane scollegata dal resto della vettura, creando delle zone di incertezza che stridono con quel capolavoro che, ad esempio, è il posteriore. Dopo 488, il Centro Stile Ferrari ci ha regalato non poche emozioni, andando a ridefinire tutta la gamma, senza dimenticare le famose one-off, che sono diventate, oltre che un lucroso business, un percorso di sperimentazione stilistica, non dissimile a quanto avviene con l’alta moda, se mai si possa definire una 812 un capo prêt-à- porter.

Facciamo un salto in avanti ed arriviamo a Marzo 2018 in una stranamente assolata Ginevra. Orde di giornalisti in caccia dell’ultima tartina e mandrie di imbucati che paventano improbabili parentele con Sergio Marchionne: tutti indistintamente a tirare il collo per meglio ammirare l’ultima nata, la Ferrari 488 Pista. Che Ferrari non si limiti a gonfiare i passaruota o ad aggiungere un posticcio alettone, come fanno le altre Case automobilistiche quando lanciano una variante ‘sportiva’, ormai è noto. Se qualcuno ritiene che la “TDF” sia solo la variante sportiva della F12, forse quel qualcuno è capitato sul sito sbagliato.

Nel mio articolo precedente non mi ero nascosto dietro mezze parole di circostanza ed avevo apertamente indicato la Pista come la regina del Salone di Ginevra 2018 ed ora vi spiego perché. In estrema e brutale sintesi, Flavio Manzoni ed il suo team di “Harlem Globetrotters della matita”, hanno saputo prendere quanto di ben riuscito si trovasse nella 488 per portarlo ad un livello ancor più alto, andando magistralmente non solo a risolvere le parti che storicamente mi avevano sempre convinto meno, bensì trasformandole in autentici punti di forza. Come abbiano fatto, non lo so, ma se avete la possibilità, cercate di andare a vederla dal vivo e ve ne accorgerete da soli.

I capolavori del cinema sono film che possono essere guardati innumerevoli volte ed ogni nuova proiezione ci svela un passaggio diverso, una sfumatura inedita, un dialogo che in precedenza non avevamo colto appieno. Altrettanto si può dire per i capolavori della letteratura. La stessa sensazione mi assale al cospetto di vetture quali la TDF, la J50, la FXX-K e, ovviamente, la Pista: vetture che si spogliano lentamente, si raccontano senza fretta, ogni volta in modo più profondo ed ammaliante.

 

Ancor più geniale è come al Centro Stile abbiano introdotto due livelli di gestione dei flussi aerodinamici, soluzione che diventa anche tema stilistico: esiste un primo livello, ovvero la geometria stessa del corpo vettura che inizia ad accompagnare e deviare i flussi d’aria, i quali vengono prelevati, in vene più fini, da un secondo livello di superfici, caratterizzate dal carbonio a vista. Il risultato, oltre a produrre un raffinato comportamento aerodinamico, è straordinario dal punto di vista estetico, con la carrozzeria che sembra squarciarsi per lasciar posto a questi elementi neri, funzionali e scultorei al contempo.

Questo avviene tanto nella zona frontale, quanto nella sezione al retro, in particolare attorno ai fanali posteriori, creando quella situazione descritta in precedenza, per la quale uno sguardo veloce non può bastare per comprendere appieno la ricchezza di questo progetto. Il profilo di attacco del frontale presenta una geometria quasi tagliente, per alcuni di ispirazione J50, per altri e o della mitica Ferrari Modulo.

Personalmente trovo che la cosa realmente ammirevole sia la presenza di un unico pensiero, di un unico approccio alla progettazione delle automobili Ferrari contemporanee, non un linguaggio formale, non un manifesto stilistico, bensì un metodo quasi scientifico per rigore e precisione, attraverso il quale a Maranello risolvono l’equazione più complessa del mondo: far sì che una persona si innamori in modo viscerale, profondo e, perché no, calcistico, di un pezzo di metallo e di filato di carbonio impregnato di resina. È una matematica non euclidea, ma rigorosa e selettiva, una scienza nata a Maranello, la cui conoscenza è gelosamente custodita dall’architetto Manzoni e da un gruppo di talenti capaci ed instancabili.

Di Valerio Cometti

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